Atti osceni in luogo pubblico


Uno dei tanti dubbi che vorrei chiarire riguarda la definizione di cosa sia pubblico e cosa sia privato ai giorni nostri. Quando ero piccolo – quindi nell’era delle cabine telefoniche per intenderci – la distinzione tra pubblico e privato era netta e chiara, almeno per quanto mi riguardava. Semplificando, tutto quello che avveniva nella mura domestiche o all’interno era potenzialmente privato (non necessariamente, però), mentre qualsiasi attività esterna era per definizione pubblica o condivisa. La morale collettiva prevedeva – per esempio – un codice comportamentale e anche di etichetta (pensate all’abbigliamento e al famoso “vestito della domenica”) molto ben definito per l’ambito pubblico. L’estremizzazione di questa dicotomia era sintetizzata nella mia testa dal reato di atti osceni in luogo pubblico (non avendo background giuridico, magari sto prendendo una cantonata colossale). Di cosa si trattava? Di questo, secondo Wikipedia:

Il reato di atti osceni è previsto e punito dall’art. 527 del codice penale italiano, il quale prevede che “chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni”. Ai sensi dell’art. 36, comma 1, della legge 104/1992, se la persona offesa dal reato è “handicappata” (oggi si direbbe “diversamente abile”) la pena è aumentata di un terzo.

Ho usato l’indicativo imperfetto perché, sempre applicando il criterio della morale collettiva, quello che negli anni sessanta e settanta sarebbe ricaduto in questa categoria oggi fa solo sorridere e forse indurre qualche commento di stupore nelle generazioni più giovani. Penso ancora una volta all’abbigliamento o a quanto succede nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo. Il cowbow in mutande e chitarra di Times Square forse 30 anni fa sarebbe finito direttamente in prigione e non per la modestia delle sue prestazioni musicali. In realtà quello che mi interessa capire meglio è la definizione di luogo pubblico. Sempre da Wikipedia sperando sia qualcosa se non di giuridicamente corretto, almeno condivisibile:

Nella nostra legislazione, affinché sussista il reato, l’atto, oltre che osceno, deve essere commesso in un luogo pubblico, al quale cioè chiunque può accedere senza limitazioni di sorta (strade, piazze, giardini pubblici ecc.), in un luogo aperto al pubblico, al quale cioè chiunque può accedere a determinate condizioni, o quantomeno in un luogo esposto al pubblico, che cioè può essere visto da un numero indeterminato di persone sebbene non possano accedervi (si pensi all’abitacolo di un’automobile, visibile dai finestrini, o all’interno di un’abitazione, visibile dalle finestre).

Sembrerebbe quindi che il luogo pubblico coincida in prima battuta con lo spazio che connette strutture private: i marciapiedi, le strade, le piazze e altro ancora. Io mi fermo qui nell’esplorazione di cosa sia lo spazio pubblico. Ora va introdotto un altro concetto correlato: privacy. Il termine tecnicamente significa privare dal latino. Wikipedia fornisce una definizione più completa:

Privacy (from Latin privatus ‘separated from the rest, deprived of something, esp. office, participation in the government’, from privo ‘to deprive’) is the ability of an individual or group to seclude themselves or information about themselves and thereby reveal themselves selectively. The boundaries and content of what is considered private differ among cultures and individuals, but share basic common themes. Privacy is sometimes related to anonymity, the wish to remain unnoticed or unidentified in the public realm. When something is private to a person, it usually means there is something within them that is considered inherently special or personally sensitive. The degree to which private information is exposed therefore depends on how the public will receive this information, which differs between places and over time. Privacy is broader than security and includes the concepts of appropriate use and protection of information.

Quello che apprezzo di questa definizione è il ruolo assegnato a ogni singolo individuo nel determinare cosa desideri che non venga condiviso con gli altri. Apparentemente sta a noi stabilire cosa possa essere pubblico e cosa privato per quanto ci riguarda. A questo punto sarebbe utile avere qualche check legale in merito, ma provo a procedere lo stesso perché la variabile – anzi una delle due – che impatta in modo colossale sulla variazione nel tempo delle due componenti è l’evoluzione della morale collettiva e la progressiva presa di coscienza del singolo individuo del proprio ruolo nella società civile. L’altra è la tecnologia.

Un esempio serve perfettamente a illustrare il primo punto. Immaginate una giornata particolarmente calda di primavera. Le spiagge si riempiono di turisti domenicali desiderosi di aumentare il tasso di vitamina D nel proprio corpo dopo mesi di cielo scuro, tempo passato indoor e limitata esposizione ai raggi solari (in realtà il motivo reale credo sia un altro!). Un giornale intende documentare la cosa con un pezzo corredato da foto di bagnanti pronti a beneficiare della bella giornata (succede sempre, in qualsiasi geografia: se sarà bello a Natale immancabile il servizio sulla spiaggia di Mondello a Palermo). Il fotografo scatta foto in quantità, ovviamente immortalando anche volti di cittadini felici e rallegrati dalla bella giornata. Negli ani sessanta-settanta le persone avrebbero fatto la calca per farsi riprendere e comparire in video o in foto. Oggi i giornali inglesi provvedono a oscurare il viso di tutte le persone catturate nelle immagini per il rischio di diventare oggetto di una causa con richiesta di danni. Da un estremo all’altro. Corretto? Illustra bene il concetto di evoluzione del comportamento dei singoli e della collettività relativamente a luogo pubblico, privacy e diritto di cronaca (non tocco questo aspetto però). In sintesi, rispetto allo stesso fenomeno come quello di essere immortalati casualmente in una foto o in una ripresa, siamo passati dal desiderio di apparire alla volontà di controllare anche la gestione della propria immagine in luogo pubblico. E questo vale per tutti, non solo per i VIPs.

Veniamo alla tecnologia. Apparentemente il concetto di privacy è legato a quanto pubblicato da Louis Brandeis intorno al 1890 per la rivista Harvard Law Review. Il suo documento su “The Right to Privacy” evidenziava come “…l’uso indiscriminato della fotografia applicata al giornalismo potesse comportare invasioni alla privacy del singolo…”. Il motivo scatenante era stato il matrimonio della figlia, oggetto di attenzione dei media locali. Oggi ciascuno di noi è un fotoreporter e la quantità di fotografie scattate in ogni giorno nel mondo (una stima parla di 3 miliardi di immagini disponibili, ma penso sia molto superiore il numero complessivo) comprende inevitabilmente anche soggetti che non hanno nulla a che vedere con la ristretta cerchia del nostro social networking, indirettamente invadendo la privacy altrui.

Mettendo insieme i due fattori chiave – evoluzione nei costumi e nei comportamenti delle persone e incremento esponenziale della tecnologia – si arriva alla situazione attuale dove le regole del passato non sono più adatte per gestire relazioni sociali profondamente diverse nella loro natura e sostanza rispetto a solo qualche decennio fa. Lo spartiacque – ancora una volta – è Internet e gli impatti che i servizi sviluppati in questi ultimi anni stanno esercitando su tutti noi. Le aggravanti del caso sono poi la velocità supersonica con la quale questi cambiamenti avvengono e la dimensione planetaria degli stessi. Qualcuno con competenze specifiche in ambito legislativo e normativo se ne è accorto?

  1. Marco Russo

    Stefano, partendo da queste considerazioni (su cui non ho merito per intervenire) si arriva molto più in là…. L’inadeguatezza della giurisdizione ai tempi di Internet. Quando i confini erano ben delimitati, era tutto semplice. Poi arrivò la radio, che se ne fregava dei confini politici. E la televisione. Oggi Internet, che entro certi limiti è ancora controllabile (vedi Cina) ma in realtà aggirabile (per chi ha competenze tecniche per farlo).

    Il primo aspetto visibile è l’aggiramento dei vincoli nazionali per l’importazione di beni e servizi. Quando poi il bene trasferito è fisico, magari c’è una dogana che controlla, ma sui servizi è praticamente impossibile. Chi controlla PayPal? In Europa sta in Lussemburgo, che è uno dei Paesi ancora in black-list per l’Agenzia delle Entrate. Le normative qui sono un ginepraio in cui è meglio non avventurarsi…

    Si tratta solo di un esempio per dire che è inevitabile che uno strumento come Internet, che fornisce a miliardi di persone la possibilità di travalicare i confini nazionali e di interagire socialmente ed economicamente con persone e organizzazioni sottoposte a giurisdizioni diverse, mette in discussione la validità stessa dell’organizzazione politica degli stati.
    Non credo ci siano soluzioni semplici a problemi complessi, ma il cambiamento non può che aumentare e accelerare in aree sempre più estese di tutte le strutture sociali.

  2. Andrea Cogliati

    Stefano, considerazioni interessanti (peccato che citi Wikipedia… lol). Concordo con te e Marco che Internet è il fenomeno che sta sconvolgendo un mondo sempre più globalizzato ma sempre meno preparato ad affrontare il cambiamento: la sentenza Google/YouTube non è che un esempio. Ma non è l’unico: qualcosa di simile avviene infatti anche, seppur con tempistiche molto più lente, con il processo di unificazione dell’Europa. L’UE è sulla carta una grande idea e probabilmente l’unica in grado di rendere nuovamente competitiva l’Europa su scala mondiale ma fintanto che gli stati nazionali non rinunceranno ai propri poteri e alle proprie prerogative, di fatto l’UE diventa da una parte giusto un meccanismo di mutuo soccorso, dall’altra uno strumento di oppressione e di rivendicazioni di malintesi diritti privati. Negli USA il conflitto fra stati e governo federale è una sorta di guerra fredda che ogni tanto sfocia in una guerra civile, più spesso in cause che finiscono davanti alla Corte Suprema.

    Tornando al nocciolo della questione, nel tuo articolo parli di morale collettiva: l’Italia è sempre stata un paese con molti milioni di CT della nazionale. Oggi siamo la nazione con il maggior numero di presidenti del consiglio, esperti di bioetica, guru del diritto internazionale e via dicendo. Tutti sono, a parole, attenti alla propria privacy, salvo poi donare il DNA in cambio di una t-shirt, ma nel contempo ci piace spiare il vicino dal buco della serratura. Non parliamo poi quando entrano in gioco i politici, ovviamente solo quelli dello schieramento avverso. I diritti e i concetti non sono più universali e collettivi, ma diventano particolari e vengono giudicati in base alle convenienze.

    Tutto questo per dire che il concetto di privacy, che io vedo come un sottoinsieme della più generica libertà, è bellissimo ma diventa diabolico quando viene messo in pratica. Facciamo un paragone, molto terra terra, con la libertà di parola. Uno studentello americano con camicia a scacchi e scarpe da tennis pubblica un editoriale sul giornale universitario col titolo “Fuck Bush”. L’opinione pubblica si divide ma sembra prevalere il principio che la libertà di parola è sacra (perché sancita dalla Costituzione americana, ovvio). Ma pensiamo solo a cosa succederebbe se oggi uno studente americano con camicia a scacchi e scarpe da tennis si permettesse di scrivere “Fuck Obama”. Possiamo ragionevolmente supporre che sarebbe immediatamente sospeso dal suo ruolo editoriale e forse espulso dal college?

    Ecco quindi che quando la discrezionalità entra in competizione con i principi salta fuori il famoso Devil in the details.

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