Valore dei quotidiani


Una decina di giorni fa INM – Independent News & Media – ha ceduto il quotidiano inglese The Independent all’ex spia del KGB Lebedev per la simbolica cifra di una sterlina. In realtà lo scenario economico alle spalle della transazione in questione prevede che INM paghi un importo pari a £9.25M al nuovo proprietario russo per completare l’operazione.

Questa dismissione non deve però trarre in inganno e portare alla conclusione che effettivamente i giornali siano privi di valore e un asset da alienare trovando la soluzione economica più conveniente (apparentemente la chiusura della testata avrebbe comportato costi pari a 30 milioni di sterline). La strada è in salita e le possibili soluzioni alternative fanno fatica a essere individuate. Ancora una volta – tralasciando gli aspetti economici e i costi intrinsecamente più elevati associati a un bene fisico – è evidente come il time to market della carta quotidiana sia un oggettivo limite del prodotto se confrontato con altre soluzioni, online in testa. Il calo dell’audience è un fenomeno evidente e sotto gli occhi di tutti da anni ormai e questo campanello d’allarme non è forse stato valutato con la dovuta attenzione quando ancora c’era spazio per qualche tentativo alternativo.

Nonostante tutto ciò, le case editrici americane come Gannett, New York Times, E.W. Scripps Company e altre hanno registrato nelle ultime 52 settimane un notevole incremento del valore delle rispettive azioni a dimostrazione di una discreta fiducia dei mercati finanziari nel settore nonostante l’evidente crisi. Tutto sommato aver investito qualche dollaro sulla casa editrice di USAToday – il secondo quotidiano statunitense per tiratura e diffusione con circa 2 milioni di copie al giorno subito sotto al WSJ – non sarebbe stato male visto che il titolo è passato da $2.1 a $17.33 in un anno e veleggia attualmente a $16.7, non molto lontano dal massimo dell’ultimo anno. Forse risultato dell’euforia generale che ha colpito Wall Street negli ultimi 13 mesi, ma rimane pur sempre un elemento incoraggiante e positivo viste le prospettive cupe degli ultimi tempi.

Ad aiutarci a capire come il settore potrebbe evolvere prossimamente ci ha pensato News Corp annunciando l’iniziativa editoriale di porre fine al sito www.timesonline.co.uk (terribile l’impaginazione e la UI) per sviluppare un sito indipendente per il Sunday Times – novità assoluta – e un secondo per il Times vero e proprio. L’accesso giornaliero a ciascuna di queste proprietà è stato valutato dall’editore in £1, quello settimanale £2. Proiettando queste cifre su base annua, un abbonamento di poco più di 100 sterline (€110) sembra ragionevole e in linea con quanto personalmente pago per il WSJ ($155). È logico attendersi un calo del traffico da parte degli accidental users, gli utenti occasionali che accedono al sito con bassa frequenza e in conseguente impatto sul reach e sull’inventory vendibile. Considerando che il traffico dei quotidiani inglesi online dipende in larga misura da visitatori provenienti da fuori UK (due terzi in media) e la concomitante presenza di offerte analoghe sostenute dalla pubblicità e quindi gratis, realistico ipotizzare che il traffico calerà sensibilmente in queste due proprietà. Allo stesso tempo però, l’ARPU derivante dai sottoscrittori sarà di gran lunga superiore a quello attuale. L’incognita rimane nel comprendere la dimensione della base dei paganti e, quindi, del successo dell’iniziativa. L’aspetto da sottolineare e da sottoscrivere è la strategia editoriale alla base del cambio del business model: non si tratta semplicemente di un passaggio da gratis a pagamento, ma esiste uno sforzo concreto per ridefinire i contorni del prodotto, un’ottima giustificazione per presentarsi al mercato con un approccio economico diverso rispetto agli ultimi anni. Ai consumatori stabilire se lo sforzo editoriale che Times e Sunday Times produrranno valga l’investimento richiesto.

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