Google il cattivo?


Su alcuni quotidiani italiani nelle ultime settimane sono comparsi articoli critici nei confronti di Google. Gli spunti per attaccare l’azienda di Mountain View i più vari: dalla struttura societaria europea incentrata su una capogruppo irlandese (è così da sempre per tutte le multinazionali americane), ai commenti di Rupert Murdoch circa i presunti furti patiti per colpa del più famoso motore di ricerca al mondo. Addirittura la seconda e la terza pagina interamente dedicate a quest’ultimo tema nel caso di un noto quotidiano nazionale.

Sta succedendo qualcosa? Le cose stanno proprio come riportato dai media? Murdoch ha ragione così come la FIEG attraverso l’esposto presentato lo scorso luglio?

Senza voler arrivare a un giudizio di merito sul tema, occorre ricordare alcuni passaggi partendo dal passato recente. Mr. Murdoch ha manifestato nel tempo un atteggiamento ondivago sul tema dei contenuti e il Web. La versione più recente comunicata al mercato attraverso un’intervista a una sua televisione australiana in pratica rimprovera gli editori per essere stati sciocchi all’origine rendendo disponibili gratuitamente i contenuti prodotti dalle testate giornalistiche. La puntata precedente di questa mini saga verteva sul “furto di valore” procurato da Google nei confronti degli editori con l’intenzione di effettuare una sorta di de-listing dei contenuti delle proprietà online del gruppo dal motore di ricerca americano. La stampa ha poi ipotizzato accordi in esclusiva con Microsoft nel tentativo di estrarre valore da un player che da più di dodici anni sta cercando di trovare una chiave di lettura di successo alla propria strategia online e di – ironico – rendere un solo motore di ricerca uno strumento per accedere ai contenuti prodotti dai propri giornalisti. il tutto alla faccia della costantemente sbandierata democraticità del web.

Ripercorrendo l’evoluzione del pensiero di Mr. Murdoch negli anni, vale la pena ricordare che nell’aprile 2007 al momento dell’acquisizione del gruppo Dow Jones comprendente il Wall Street Journal, la posizione del guru dell’informazione era stata critica verso i contenuti a pagamento anticipando la rimozione della fee mensile per trasformare il WSJ in un prodotto totalmente gratuito e supportato esclusivamente dalla vendita di spazi pubblicitari. Attualmente il numero di abbonati al WSJ è stimato in 356,000 (sono uno di questi da molti anni ormai e pago con grande soddisfazione $149 all’anno per un contenuto che io ritengo assolutamente distintivo, informativo e – sintetizzando – fantastico), numero che contribuisce alla determinazione della circolazione complessiva del giornale stimata in poco più di 2M di “copie” al giorno, facendo del WSJ il quotidiano #1 negli USA. Questo significa che WSJ incassa oltre una cinquantina di milioni all’anno dalle quote pagate per l’abbonamento online, una cifra di per se non colossale, ma immensamente superiore a quanto estratto per Unique User attraverso la pubblicità sulla stessa base temporale.

Sempre in merito alle oscillazioni comunicate al mercato da Mr. Murdoch, un paio di mesi fa è stato comunicato che i contenuti di WSJ accessibili attraverso un’apposita application per iPhone sarebbero stati a pagamento anche per i sottoscrittori di un abbonamento online. La cosa ovviamente non mi è sembrata particolarmente logica e infatti un paio di giorni dopo i manager dell’azienda hanno dovuto correggere quanto comunicato dal Big Boss.

A completamento di tutto ciò, il contratto di concessione di vendita degli spazi di MySpace – una proprietà online acquistata da Murdoch qualche anno fa e ormai in declino costante dopo l’esplosione di Facebook – siglato con Google con minimo garantito di $900M per tre anni è vicino alla scadenza e sembra molto realistico che possa non essere rinnovato alle medesime condizioni visti i risultati conseguiti. Questo lo scenario.

Una prima semplice conclusione è che ciascuno degli attori coinvolti in questa sceneggiatura ha una propria agenda e degli obiettivi di business molto chiari. L’industria dei media attraverso il suo più insigne rappresentante sta trasferendo messaggi contraddittori, ottimo specchio della confusione che regna nel settore. E il sospetto sembra che l’intento di individuare un capro espiatorio sia superiore alla capacità di individuare in modo lucido una soluzione al problema del calo verticale degli introiti legati alla carta. Tra tutti gli editori di livello mondiale, la sola Condé Nast si è distinta per la chiusura di un numero consistente di testate con Gourmet il rappresentante più insigne visti i 980,000 abbonati rimasti “appiedati”. Indicazione di coraggio, ma – ovviamente – anche di una situazione che ha già raggiunto limiti di non sostenibilità, tali da indurre a misure che dall’esterno sembrano molto drastiche e sinonimo di difficoltà oltre la soglia della criticità.

Questa strategia protezionistica ipotizzata da Murdoch costerebbe al WSJ il 25% del traffico giornaliero e una perdita di utenti più o meno assimilabile. Questo calo dovrebbe essere compensato da un flusso altrettanto cospicuo generato da Bing, il motore di ricerca di Microsoft, nel presupposto che l’azienda di Redmond sia disposta a finanziare l’editore. E alcune simulazioni fatte da società indipendenti stentano a individuare l’economicità e la convenienza dell’operazione. Ancora più grave, l’approccio protezionistico ipotizzato da Mr. Murdoch assomiglia molto a erigere muri per creare enclavi separati nell’interesse personale e non della collettività. Personalmente preferirei continuare a pagare i $149 richiesti come faccio da molti anni, senza però sentirmi coinvolto in guerre “ideologiche” alle quali non sono interessato. Se, come dice Mr. Murdoch “… gli editori sono stati degli stupidi a rendere disponibile il proprio contenuto gratis sul Web …”, forse sarebbe opportuno che alla stupidità originaria sostituire un’intelligenza non postuma. Meglio per tutti.

  1. Alex

    Ad oggi non esiste un caso di successo editoriale su internet, chi sta facendo soldi sono i tecnologi che sono sempre stati il fanalino di coda nelle case editoriali, l’irruzione del web nel mondo dell’informazione è stata così rapida che quasi nessuno degli operatori ha avuto il tempo di impadronirsi delle tecniche e della “cultura” dei nuovi media.
    Oggi hanno solo capito che in un modo o nell’altro è necessario essere presenti sull’internet.
    Così sono state create le “redazioni telematiche”, nelle quali sono stati assunti o spostati i pochi giornalisti che “capiscono di internet” ma la soluzione delle “redazioni telematiche” non porta da nessuna parte, le redazioni per quanto si sforzino non sono in grado di ripensare al modi di porgere l’informazione on line, in termini di linguaggio, di uso delle immagini e dei suoni, di impaginazione, di scelta dei tempi.

    Inutile fare , rifare i siti per proporre sempre la stessa informazione, Internet non è solo il browser, sono i telefoni, le console, i televisori, tutti questi sono media, occorre pensare in modo diverso, conoscere e presidiare i media prima che lo facciano altri.

  2. Pingback: √ » Il blog del nuovo Country Manager di Google | case study

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